venerdì 2 febbraio 2018

La fatica di essere single “Un cottage tutto per sé” di (e con) Natalia Magni racconta con leggerezza il confine sottile tra libertà e solitudine. Nello scorso fine settimana le due repliche al teatro Primo di Villa San Giovanni

Natalia Magni sul palco di Villa San Giovanni (foto di Elvira Alfida Costarella)
VILLA SAN GIOVANNI Convenzione sociale vuole che una donna, per essere veramente realizzata, debba avere un marito, dei figli e una casa da gestire. Diversamente, la parola “zitella” - soprattutto con l'avanzare dell'età - salta fuori in tempi celeri. «Quando pensi di mettere la testa a posto?», oppure «Quando credi di trovare marito?», sono gli annosi quesiti che ossessionano le vite di madri, zie e sorelle già belle che sistemate. Orsetta, la protagonista di “Un cottage tutto per sé” - monologo di e con Natalia Magni, con la regia di Sonia Barbadoro, una produzione Magnitudo Nove, andato in scena in doppia replica ieri al Teatro Primo di Villa di San Giovanni -, non è esonerata da cotanto destino. Di bell'aspetto e dal viso angelico, la donna è vicina agli "anta", sogna di vivere in un cottage in campagna, ma abita in città dove costruisce cesti personalizzati per cani. È titolare - con la socia e amica Paola - del negozio “Canestro”, calembour che poco aggrada il suo gusto estetico da architetto. Pressata da madre e relativa amica perché trovi la sua sistemazione, accetta uno speed date (incontro per single) con Gregorio che, però, le dà buca. Delusa, opta per un teatro in cui constata che per chi è nubile non è prevista una riduzione di biglietto, e incrocia Marco, suo ex, che porta a passeggio il secondogenito di casa. Ma è grazie a Filippo che trova un attimo di respiro, abbandonandosi a un eccessivo viaggio a occhi aperti.
Le azioni di Orsetta ruotano e prendono forma grazie a uno sgabello, sistemato al centro della scena su di un grande tappeto verde. Ai lati, due piantine di tulipani e corone di fiori. Sparsi sul palcoscenico, petali variopinti di rose (lancerà in tempi diversi gli stessi dalla borsa, possibile sinonimo di un auspicato giorno nuziale). Ci viene presentato come letto, diventa sgabello, si presa come pulpito per il discorso funebre della zia Emma (che le lascia in eredità il tanto desiderato cottage), diventa protagonista del trasloco in campagna in una casa vuota, abbandonata da Filippo dopo 9 mesi di amore.
La forma drammaturgica di questo monologo è circolare: parte dall'Asl in cui fa terapia con un “invisibile” psicologo costretta dall'amica ansiosa, e lì ritorna che di diverso ha solo il cottage. Perché se è vero che non sempre possiamo cambiare le situazioni che viviamo, è altrettanto certo che possiamo scegliere come reagire: «Dottore, ho 40 anni suonati. Non ho un marito, non ho figli e faccio un lavoro inutile. Oppure sono nel pieno della mia splendida maturità, sono libera e indipendente e riesco a sopravvivere con la mia creatività», in una versione chapliniana della vita che dichiarava: «Credo nel potere del riso e delle lacrime come antidoto all'odio e al terrore».
È una Julie Andrews dei nostri giorni (“My Favorite Things” tratta dal musical "Tutti insieme appassionatamente" è il leitmotiv dello spettacolo, cantata da lei stessa e arrangiata in più versioni), che elenca le «cose che piacciono a me», ma nessuno la ascolta.
Interpretato con estremo umorismo, gioco-forza di un grande talento attoriale, questo spettacolo non cade mai nell'autocommiserazione dell'essere; non vive di disperazione o di vittimismi, anzi, affronta tutte le sconfitte con la carta vincente dell'autoironia e di una “goffaggine” catartica, anche se la vita da “gattara” è lì proprio dietro l'angolo.
Natalia Magni strappa molte risate e rilassa gli animi; arriva al vissuto di tanti perché, almeno una volta nella vita la frase: «Basta! Mi rifiuto di compiangermi per un altro amore finito male», molta gente l'ha pronunciata.
Lo spettacolo è stato finalista al concorso “Laura Casadonte 2016” promosso dal Teatro della Maruca di Crotone, che premia la comicità come riflessione sulle contraddizioni del vivere quotidiano. 


Pubblicato sul Corriere della Calabria  Lunedì, 15 Gennaio 2018 18:01

Successo per il debutto reggino di "Casalingue" Al Teatro della Girandola il terzo appuntamento della rassegna "Il vento che muove" con lo spettacolo firmato da Domenico Loddo e con la regia di Santo Nicito

Foto Gianluca Pansera
REGGIO CALABRIA Il terzo appuntamento della rassegna "Il vento che muove", stagione teatrale 2017/2018 del Teatro della Girandola di Reggio, è un debutto che gioca in casa. Lo spettacolo "Casalingue" è una nuova produzione Teatro della Girandola con Santo Nicito che ne firma la regia. Il testo è l'ultimo lavoro firmato Domenico Loddo (Dora in avanti, Federeico II me, Scene con fermate, per citarne alcuni) con Daniela D'Agostino e Daniela D'Agostino che prestano il volto al proprio doppio. Lo spettacolo - andato in scena nell'omonimo teatro venerdì sera, in doppia replica di sabato - ha fatto il tutto esaurito. Era una prima attesa, per una produzione che ha coinvolto solo artisti locali.
Sul palco, la scenografia occupa in maniera perfettamente divisa lo spazio. A destra, sul proscenio, un paio di decolleté rosse. A sinistra, su uno sgabello - fra diversi oggetti - si distinguono boccettine di farmaci, acqua, foto ingiallite e un gomitolo. Appeso, quasi sul fondo, un abito bianco. Due donne entrano in scena, una a breve distanza dall'altra. Alta e slanciata, la prima; minuta e formosa, la seconda, le due protagoniste manterranno lo stesso nome nella storia. Appare chiaro, fin dal primo dei sei quadri narrativi paralleli che cadenzeranno la drammaturgia, che il nocciolo della storia risiede altrove. Daniela "l'alta", ago e filo in mano, parla di una felicità perduta. Questo, insieme a termini come «solitudine», «morte», «rinuncia» colorando la storia, ne diventano sfumatura; presagio di una tragedia che si mostrerà a piccole dosi. Se la prima donna appare calma, l'altra la compensa con uno spirito più frivolo. Ciò che sembra capriccio, cede il posto ad azioni ripetute e declamate con una latente follia (il disturbo ossessivo compulsivo con il blocchetto "conta parolacce" e il gioco del pinguino). A ogni piazzato soffuso (le luci sono curate da Simone Casile), Daniela inserisce elementi sul passato dell'altra donna; mentre l'altra Daniela D'Agostino - indossando le cuffie - conquista la sale con le note di Sergio Endrigo. Nel frattempo, racconti apparentemente banali di una vita trascorsa assieme, dai tempi dei banchi di scuola, al primo bacio, il loro, condivisione di un amore troppo presto soffocato. Abbandonato il coraggio di indagare oltre, le due donne prendono strade diverse: quella bassina, si sposa con Mario e con lui fa tre figli; l'altra, vive in solitudine. Ogni punto dato a quel vestito è un tassello narrativo che si aggiunge. E per ogni elemento in più un oggetto di scena scompare all'interno di una grande borsa bianca e nera. Nella nudità dello spazio scenico, una voce annuncia: «I visitatori sono pregati di lasciare la stanza dei degenti». Ora, Daniela ricorda e racconta di quell'incidente - avvenuto per causa sua - in cui la sua famiglia perse la vita. Aiutata dall'altra a spogliarsi, indossa finalmente l'abito bianco ormai rammendato: è una camicia di forza, coercizione di un dolore che non trova pace. «Siamo qui a pensare cosa saremmo potute essere. Avresti potuto salvare me, te, loro» osserva disperata. Tra i «se» e i «ma», la storia giunge al suo epilogo più tragico, rimarcando che una scelta diversa avrebbe determinato il decorso di tante vite.
Il testo merita il plauso speciale: è scritto con il black humour che contraddistingue la penna di Loddo. L'autore semina indizi - costituiti da frasi che rimangono sospese («Cos'ho fatto?») - funzionali alla risoluzione dell'intreccio narrativo. Si alternano momenti di sproloqui in cui si rievocano istanti di vita vissuta, a scene in cui l'emozione diventa evocativa. In questo, gioca un ruolo importante la regia che, creando sei spazi scenici “altri” rispetto al nodo centrale, permette alla storia di scorrere fluida svelando, in crescendo, cosa sia successo in realtà. È un lavoro che promette bene e potrebbe, sicuramente, regalare molto di più al suo pubblico. Nonostante la qualità degli elementi fin qui incontrati, si arriva a un punto in cui la storia si affossa in una ridondanza così forzata da creare pause troppo lunghe. Con un inizio promettente, ci si trova in una zona di stasi dove la ripetizione delle parole e degli sketch, non aggiunge niente a una storia che di per sé funziona da sola (la scena del «dopo di che»; i ricordi scolastici, le Scheiße Skulptur). Un'attenzione a parte merita il lavoro delle due interpreti. Un studio più approfondito e accurato, avrebbe dato una grossa mano a un testo che ha in sè la potenzialità di poter mostrare molto altro ancora.


Pubblicato sul Corriere della Calabria Sabato, 27 Gennaio 2018 18:37

Dora che odia tutto e ama i funerali. ’ultima produzione del Teatro Primo di Villa San Giovanni racconta la storia di una donna che si lascia andare. E si muove tra palcoscenico e platea. Tra interpretazione e vita vera. Distruggendo tutto ciò che tocca

Silvana Luppino (foto Pietro Morello)
VILLA SAN GIOVANNI «Questo testo è un gioco. Un gioco serio, però. Come la vita vera». La scheda descrittiva di "Dora in Avanti" inizia così. Lo spettacolo di Domenico Loddo - interpretato da Silvana Luppino e con la regia di Christian Maria Parisi - è l'ultima produzione del Teatro Primo di Villa San Giovanni che, dopo il successo della passata stagione, ha replicato in un doppio appuntamento estivo il 12 e il 13 luglio. In questo monologo di un'ora, Silvana Luppino presta il volto a Dora Kieslowsky, una giovane donna che vive male la sua vita. Abbandonata dal padre a soli 5 anni, sopravvive trascinandosi dietro l'eco del distacco. Questo dolore, la porterà a distruggere molto di ciò che le vive attorno: amore, relazioni, se stessa. Ha un analista, uno spiritual trainer, che le ripete che «l'unica via d'uscita è dentro di te». Sebbene riesca a trovarsi, preferisce lasciarsi andare («Mi sono ritrovata, ma al fine ho preferito non riconoscermi»). Vive perduta nell'odio, verso il mondo, il sesso e troppe delle cose che la circondano. Ma ama le farfalle, i palindromi e andare ai funerali, perché dichiara di consolarsi nel dolore altrui.                                                                    
Lo spazio in cui si muove Dora è occupato da una grande altalena che pende al centro della scena. Alla sua destra, c'è un grande baule di fronte al quale si trovano alcuni rametti di legno. Sulla sinistra sono allineate, in prospettiva crescente, due strutture di legno sulle quali sono conficcate delle farfalle di vario colore. Davanti a esse, un faro. Le luci del palco sono cupe quando l'attrice entra in scena. Pochi secondi per la prima battuta che ci porta in media res: è una bambina e il padre, che la dondolava su quell'altalena, non si vedrà mai più (tornerà, come ricordo o immaginazione della protagonista, sotto forma di ombra costruita proiettando le sagome sovrapposte delle due strutture in legno). Partendo dal metateatro - l'attrice svela se stessa e l'autore -, sono comici i toni che ci accompagnano dentro la storia: il rapporto con l'analista e la sua vita tormentata «sono un'attrice disoccupata cronica che, per fortuna, ha una vita di merda». «È un gioco serio», perché c'è tutto il dramma di una giovane vita che ricorda quel giorno del 1979 come «l'ultimo in cui sono stata felice». Da quell'evento, Dora distrugge tutto ciò che tocca: la sua famiglia, il suo matrimonio. Mette a rischio la vita del figlio, colpevole di essere il frutto di un rapporto clandestino. Come in un film di Krzysztof Kieślowski - non a caso, citato spesso nel racconto - che nei suoi lavori tendeva a drammatizzare gli eventi più che a mostrare la semplice realtà delle cose, questo spettacolo non edulcora la crudezza della vita. Diventiamo protagonisti assieme alla protagonista del film della sua esistenza. Nelle scene e nei disegni creati da Valentina Sofi, Dora rivede il tentato infanticidio del figlio compiuto dal marito tradito. Campi lunghi, dettagli di volti per chiudere su «Musica a levare. Dissolvenza. Titoli di coda», pronuncia àtona, come se fosse una semplice analisi tecnica.
La storia è costruita su due livelli narrativi che marcano altrettanti spazi della rappresentazione: il palcoscenico e la platea. L'uso delle luci (curate da  Guillermo Laurin) è indispensabile per comprendere al meglio il lavoro di regia che c'è dietro. La sfera intima, quella personale ed emotiva sono vissute sulla scena; sul baule in cui è custodito un cappotto che l'attrice indossa e da cui tirerà fuori l'unica foto che possiede del padre. Qui vive la Dora fragile e umana. In platea, in rapporto col pubblico, conosciamo la Dora sarcastica e dalla vena comica, che vive di rabbia col resto del mondo. La commedia, che si mette al servizio del dramma, ne amplifica i connotati e lo restituisce nel suo spietato aspetto. La storia scorre veloce poggiandosi su un testo che è fresco e  incisivo allo stesso tempo. Non ha bisogno di macchinazioni ingegnose per essere raccontata. Basta lei su quelle tavole, col suo corpo magro e rigido fasciato in abiti neri a introdurre quanta durezza ci sia in quelle parole; parole masticate in ampi bocconi, fagocitate quanto la storia che scorre velocemente nella voce di Silvana Luppino, brava nel passare da un registro all'altro, da un luogo a un altro, da una Dora all'altra.       Sulle note di Michel Polnareff, Dora siede sulla sua altalena. Canta "Una bambolina che fa no, no" e, dolcemente, si dondola pronta a raccontare di nuovo la sua storia, un'altra volta. 


Pubblicato sul Corriere della CalabriaVenerdì, 14 Luglio 2017 08:12

La Storia in una stanza Corsara. Al Teatro Morelli di Cosenza, la compagnia Punta Corsara con "Il cielo in una stanza" inaugura il 2018 del Progetto More, la stagione ideata e diretta da Scena Verticale

Da sinistra gli attori: Valeria Pollice, Emanuele Valenti, Giuseppina Cervizzi, Sergio Longombardi, Gianni Vastarella (foto Francesca Sabato)

COSENZA Napoli 1959. Tre persone parlano tra loro. Al centro, una delle due donne, tiene il plastico illuminato di una grande palazzina. È l'unica fonte di luce. A sentire la discussione, sembra la grande occasione di vita: una coppia incontra un'agente immobiliare che sostiene che: «comprare una casa è un grande investimento», e c'è anche chi darebbe una mano per poterla avere. Hanno solo un giorno di tempo per decidere, sono tante le richieste per quell'appartamento. La voce di Mina intona “Il cielo in una stanza” e, uno alla volta, gli attori della compagnia Punta Corsara, entrano in scena. Lo spettacolo “Il cielo in una stanza” – andato in scena domenica scorsa al Teatro Morelli di Cosenza - ha inaugurato il nuovo anno del Progetto More, la stagione ideata e diretta da Scena Verticale in partenariato con il Comune di Cosenza, la Regione Calabria e il MiBACT.
La luce che – adesso – illuma il resto del palco, mostra una scenografia che era in attesa e solo messa in ombra. Ci troviamo già negli anni '90. Trent'anni dopo da quel lusso in scala, ritroviamo macerie, polvere e rovine. Scale, porte e finestre, si incastano e spostano nella maniera più funzionale, come in un'incisione di Escher . Con il crollo, la palazzina è diventata un girone dantesco: «Lasciate ogni speranza, oh voi che entrate», incalza Alfredo Cafiero all'avvocato Castellani, recatosi sul posto per far firmare ai condomini l'accordo con l'impresa edile che aveva costruito l'edificio. I restanti personaggi, arrivano da ogni parte della scena: Vincenzo Spadaro, che truffa la gente con incidenti falsi; Lucia Spadaro, madre di quest'ultimo; Carmela Amedeo, incontrata ad apertura sipario e Alce Nero, amante delle colombe e degli indiani d'America. Arriva anche “o sotterrato”, rimasto sotto le macerie dal crollo di dieci anni prima che comunica con il  resto del gruppo da un water. Con quel terremoto, molto più di quattro pareti è andato perso: il corpo della figlia di Alfredo giace sepolto lì, da qualche parte. Nella scelta di accordarsi o meno, Alce Nero si mostra sfavorevole e decide di sequestrare l'avvocato al fine di compierne un sacrificio. Alfredo alla difesa, Alce Nero all'accusa, il processo  mette in causa l'avvocato in persona, figlio dello stesso appaltatore che, trent'anni prima, aveva costruito la struttura con materiale edile scadente, un misto di sabbia e cemento. Il voto dello spirito di Ceraseno è decisivo sulla sentenza di morte dell'avvocato, su cui pendono colpe ataviche. In un finale aperto, al pubblico la scelta di decidere – affidandosi ognuno alla propria coscienza – su quale nome mettere la X.
IL TESTO  Scritto da Armando Pirozzi e Emanuele Valenti (che lo interpreta e ne è regista), questa pièce è un percorso di trent'anni della storia d'Italia: si parte dal '59, passando alla nevicata del 1956, fino agli anni 90; si tocca il '55 in Svizzera e gli anni dell'emigrazione. La drammaturgia, si affida tanto al piano del reale, quanto a quello della fantasia. Si entra in contatto con il mondo dei morti per avere un voto decisivo e, in scena, la possessione degli interpreti avviene con un fascio di luce rossa, attraverso una mano – quella incriminata di Ceraseno – custodita in una teca. È una storia tragica, in cui la comicità è al servizio del dramma. Una rappresentazione a struttura ciclica, che parte da quel giorno del 1959 e lì ritorna, all'atto della firma del grande acquisto. Nel frattempo, la storia d'Italia dei successivi trent'anni: con flashback proposti non in ordine conseguenziale, ma casuale e in forma onirica. È qui che si svela, in punta di piedi, la tragedia che ha coinvolto queste famiglie.
LA STRUTTURA Al centro, un armadio, è un portale dei diversi salti temporali della storia. Le  scene parallele racchiudono gli snodi drammaturgici. Ci sarà il conte “dracula” Romolo Castellani in riunione con un ingegnere napoletano. È il 9 febbraio 1956, anno della grande nevicata su Napoli e giorno della nascita del suo primo figlio. Arriverà il 1955, con Ceraseno Amedeo e l'incontro con il responsabile ufficio emigrazione per quella mano “persa” al lavoro, per poi tornare alla scena iniziale, in cui la coppia, trovati i soldi, decide di firmare le carte e comprare l'appartamento.
La casa sorge, non a caso, in via Miracolo a Milano 43. Sono gli anni del “miracolo” economico, quelli del boom e della speculazione che ne consegue. L'illegalità non risiedeva solo nell'uso impropio dei materiali da costruzione, ma, anche, nell'abusivismo edlizio di sovrastrutture che “abbellivano” le case (nello spettacolo: la grande piscina costruita in terazza, la serra sul ballatoio, i posti auto sotterranei).
«Una casa come si deve» in quel “Miracolo a Milano” di stampo zavattiano, dove i figli si trovano sotto ai cavoli e si vola con le scope sopra la città.
Sono gli anni di Achille Lauro e del sacco edilizio di Napoli, spogliati – qui – dalla mera cronaca e rappresentati in maniera più poetica. Sono gli anni della fuga in Svizzera in cerca di lavoro e delle frodi assicurative.
Non è un singolo atto d'accusa, ma un'inchiesta ad ampio raggio, che tocca tanti casi irrisolti  provocati dalla corruzione. Vestita da commedia, la tragedia diventa più diretta e incisiva, provocando il riso dove il tagliarsi la mano garantisce un tetto sopra la testa. La stanza - che qui non ha più pareti - non lega col testo di Gino Paoli. Non c'è l'amore che abbatte gli ostacoli, ma solo escrementi “fosforescenti” di colombe che insozzano tutto e non vanno più via.

IL CIELO IN UNA STANZA
di Armando Pirozzi e Emanuele Valenti
regia Emanuele Valenti
con Giuseppina Cervizzi, Christian Giroso, Sergio Longobardi, Valeria Pollice, Emanuele Valenti, Gianni Vastarella
voce registrata “Il sotterrato” Peppe Papa
disegno luci Giuseppe Di Lorenzo
scene Tiziano Fario
costumi Daniela Salernitano
organizzazione e collaborazione artistica Marina Dammacco
assistente costumista Nunzia Russo
macchinista Walter Frediani
datore luci Giuseppe di Lorenzo
sarta Nunzia Russo
Produzione Fondazione Teatro di Napoli – Teatro Bellini, 369gradi


Pubblicato su Blasting News Italia 01/02/2018

http://it.blastingnews.com/cultura-spettacoli/2018/01/la-storia-in-una-stanza-corsara-002326591.html 

giovedì 19 maggio 2016

Il paradiso ipnotico di Nekrošius. Lo spettacolo del regista lituano conquista il Teatro Auditorium dell'Unical. Dante e i Pink Floyd raccontano la strada, «tutt'altro che dritta», verso la perfezione.

Dante e Beatrice in una scena de "Il Paradiso"



COSENZA Lo spettacolo è terminato da poco, che dal pubblico qualcuno esclama: «Lo vedrei altre due o tre volte». Perché? In cosa consiste la magia del "Paradiso" di Eimuntas Nekrošius, andato in scena al "Teatro auditorium unical" di Arcavacata con una prima regionale di martedì? Nella indubbia capacità di portare lo spettatore a entrare in un rapporto talmente intimo con le proprie emozioni da sentirsi rapito e sconvolto.
Lo spettacolo del regista lituano - che con "Il Paradiso" chiude il ciclo dedicato a Dante e alla sua Divina Commedia (dopo uno spettacolo unico sull'Inferno e il Purgatorio) –, è un lavoro dedicato all'amore che, destrutturando nella sua forma originale l'opera dantesca, ne rispetta l'ordine degli eventi affrontando le tappe più significative. L'ultima cantica è così rappresentata: sul palco tre gruppi di funi uniscono e costituiscono la semplice scenografia; la fossa orchestrale ospita un pianoforte, un baule e una sedia sul cui schienale è adagiata una maglia. Dodici corde, sospese sulla fossa, creano un collegamento tra la platea e il palco. Strumenti musicali e una sedia "vivono" sul fondo della scena. Le voci angeliche di due donne rompono il silenzio all'apertura del sipario. Si accarezzano in maniera quasi compulsiva – e in un secondo momento vicendevolmente –, i capelli. È ipnotica la loro coreografia; poetico il loro canto. Nell'aspetto, seppur ornate con abiti d'uso comune, ricordano il Divino. Ed è a questo che Eimuntas Nekrošius ci invita: la rappresentazione del viaggio che conduce al Paradiso. Non c'è uno spazio riconoscibile: tutto sembra molto visionario e rarefatto. Lavoro difficile da comprendere in un'unica e chiara chiave di lettura, lo stesso regista afferma: «Il Paradiso è la vera fatica, il compito più arduo. È un riflesso della perfezione, e la strada per la perfezione è tutt'altro che dritta». In questo viaggo terreste verso il Paradiso, il gruppo di otto attori percorre il viaggio d'amore di Dante (Rolandas Kazlas) e Beatrice (Ieva Triskauskaité). Un uomo, il più anziano del gruppo, entra in scena sorreggendo sulle proprie spalle un enorme tavolo. Aiutato dal gruppo, lo posiziona nella fossa orchestrale e prende posto. Se gli altri attori rievocano degli angeli, a lui sembra essere affidato il ricordo di Virgilio: colui che guida (e controlla) le azioni altrui.
Per affrontare il viaggio ultraterreno, le figure angeliche non possono che spogliarsi degli oggetti a loro più cari: monete, collane, soldi, perfino fumo di sigarette, acqua in un calice e un pendolo, a cui è stato smontanto l'ingranaggio, perché in questo luogo puro non possa esserci un tempo, ma tutto resti "sospeso"; tutti questi oggetti sono avvolti nella carta e custoditi nel grande baule. Sono 29 i minuti che separano l'inizio dello spettacolo dalla prima parola pronunciata in scena (in lituano con i sovratitoli in italiano). È Dante. Al suo ingresso in scena, il registro cambia: le luci si abbassano e cambiano colore; uno degli attori prende posto al pianoforte sistemato all'interno della fossa orchestrale, sulla sinistra del palco. Lì il poeta, inizia il suo viaggio sotto il rumore dell'acqua. Simbolicamente si spoglia. Tanto, molto è affidato all'immaginazione in questo lavoro. Si sposta nello scarno spazio scenico, studiandolo. Ma il suono di un campanello e un blocco di legno con la scritta "Museo", impone a Dante il limiti del contatto con gli oggetti.
Otto figure plastiche si incrociano nel suo viaggio (Audronis Rūkas, Marija Petravičiūtė, Milda Noreikaitė, Julija Šatkauskaitė, Pijus Ganusauskas, Šarūnas Zenkevičius, Simonas Dovidauskas, Vygandas Vadeiša). Un uomo, con libro in mano, recita passi di alcuni canti (26, 21, 9, 7, 24, 28). La corsa del poeta è seguita dalle voci dei suoi compagni di viaggio che riescono a bloccarlo dopo vari tentativi. È il momento di Beatrice di parlare che, sulle note di "Wish you were here" suonate dal vivo con la chitarra elettrica, sbatte i pugni ai piedi delle corde su cui, poco prima, le altre donne avevano collocato alcune collane colorate. Nel viaggio verso il Paradiso di Nekrošius, l'amore tra i due interpreti è palpabile, diretto, commovente; vive nella spada che Dante sostiene e Beatrice accoglie nel proprio fodero. Il gruppo di attori si inginocchia davanti al "Virgilio" che li disseta. È un canto gorgogliante quello che esce dalle proprie gole.
Nell'epilogo della cantica, Beatrice si rivolge a Dante: «Ché non pur ne' miei occhi è paradiso»; guarda oltre il pubblico e la scena: «Il paradiso c'è». Scende nella fossa orchestrale, nascosta tra le funi che sorreggono le collane colorate. Dante è spinto dalle figure angeliche a seguirla. Dopo il buio in sala, il lungo applauso del pubblico saluta la compagnia "Meno Fortas", e la poesia del loro Paradiso porta lo spettatore a desidera di rivederlo ancora.

Pubblicato sul Corriere della Calabria

lunedì 18 aprile 2016

A Villa San Giovanni un week end di «arte totale». Successo per il doppio appuntamento del Teatro Primo con Marzia Ercolani, che ha portato in scena "I colori maturano la notte - Confessioni di una diversa Alda Merini", e il duo Mancusi-Scarfone


Stefano Scarfone e Lavinia Mancusi
VILLA SAN GIOVANNI Si è concluso il doppio appuntamento di questo week end del Teatro Primo di Villa San Giovanni. Tre protagonisti per due giornate dedicate al teatro e alla musica dal vivo. Sabato sera, una talentuosa Marzia Ercolani ha portato in scena "I colori maturano la notte - Confessioni di una diversa Alda Merini", rappresentazione sui dieci anni di vita della Merini in manicomio. Con lei Stefano Scarfone e Lavinia Mancusi. Per l'appuntamento di ieri sera i ruoli si sono invertiti. "Paloma", infatti, è il nuovo progetto musicale di Mancusi e Scarfone, che proprio sulle tavole del teatro villese hanno dato un assaggio di ciò che diventerà un album, che verrà presentato a ottobre 2016 e prevede un tour nei teatri più suggestivi della penisola. I dieci brani interpretati, di cui tre inediti (Stromboli, Guambalajara, Settembre), hanno regalato al pubblico più di un'ora di calde musicalità, grazie al talento di due artisti straordinari. Compositore, arrangiatore e chitarrista jazz world lui; cantante, polistrumentista, interprete della scena musicale folk contemporanea lei, i due artisti hanno unito background musicali diversi per rinnovare le proprie melodie e i propri stili. Quattro intermezzi recitati, hanno permesso all'attrice e poetessa Marzia Ercolani di interpretare altrettanti brani di cui due suoi inediti ("Colomba" e una lettura dal libro "Ore illegali", scritti da lei, mentre le altre due poesie erano "Albatro" di Alda Merini e "Non ho peccato abbastanza" della poetessa araba Younane Haddal). Musica folk che rispolvera brani conosciuti a molti: So stata a lavorà, Sodade, Volver, Malagueña Salerosa, Paloma Negra, Ordeño, Vitti na crozza e Redemption song, sono stati cantati o, semplicemente, suonati da questi due interpreti che si sono alternati anche agli strumenti. La lingua spagnola, con i suoi graffianti acuti e vibrati, ha vinto sulle altre lasciando ampio spazio all'uso di strumenti come: gli shaker classici, i tre tamburi a cornice e le due chitarre, suonate come fossero percussioni. Il tutto sostenuto da una loop station che ha reiterato e amplificato suoni e tracce. La scelta dei brani segue il colore della voce di Lavinia; una voce straordinaria in un corpo esile, che ha accompagnato la musica a tempo di mani e piedi con una "statica danza".
"Paloma" è un progetto nato prima con la musica a cui dopo si è cercato di attribuire delle parole e la necessità di dire qualcosa che spiegasse il manicheismo nel mondo. «Paloma vuol dire colomba - spiega Lavinia Mancusi -. Quando si suona ci si rende conto che le parole che si cerca di usare sono spesso troppo semplici. Noi volevamo presentare un modo di intendere l'amore, la vita, di essere, di sentirsi ambigui, ma non in un senso negativo. Siamo tutti due cose; siamo tutti la voglia di restare e di trovare qualcosa o qualcuno che ci tenga con i piedi piantati come radici nel terreno e con la stessa forza abbiamo la necessità di volare. Questa ricerca continua dell'equilibrio è un percorso, un moto dell'anima, fa parte dell'essere umano; è il volo della colomba e la colomba è un animale tenero e con un grande messaggio dentro, ma deve volare e forse abbiamo bisogno solo di pace, di trovare un po' di redenzione». Lo spettacolo di ieri sera era un'anteprima di un lavoro che già da maggio vedrà la luce. «Questo disco non sarà una sequenza di brani, ma sarà un concept album di un viaggio – continua la cantante –; ogni tanto "canta" la mia colomba, ogni tanto "canta" la colomba di Stefano, e poi canteremo insieme. Il tour d'apertura sarà nei piccoli teatri all'italiana di tutta Italia, perché pensiamo che sia una spettacolo d'ascolto e lavoriamo sulle suggestioni, nel senso che chi guarda deve avere un po' l'impressione di "arte totale", che sia uno spettacolo da guardare e di cui cogliere la bellezza della nostra lingua».

Pubblicato sul Corriere della Calabria

domenica 17 aprile 2016

I colori maturano la notte di Villa. Al teatro "Primo" è andata in scena lo spettacolo di Alda Merini. Assieme a lei il compositore e chitarrista Stefano Scarfone.

Marzia Ercolani


VILLA SAN GIOVANNI Il primo a entrare in scena è il musicista, Stefano Scarfone. Siede scalzo davanti a una loop station e a un leggio. Accorda la sua chitarra. Dalla prima quinta, spunta qualche bolla di sapone. Dalla cassa una voce «Mi sveglio sempre in forma e mi deformo attraverso gli altri»; poi inizia la melodia. Un lercio cuscino vola sul proscenio e sul palco del Teatro Primo di Villa San Giovanni, entra Marzia Ercolani. Lo spettacolo "I colori maturano la notte - Confessioni di una diversa Alda Merini" da lei scritto, diretto e interpretato, propone al pubblico la storia di Alda Merini. In scena con lei Stefano Scarfone, compositore e chitarrista e, per la replica di ieri sera, Lavinia Mancusi, cantante e polistrumentista.
La storia della poetessa di Milano, parte proprio da quel lontano 1965 quando, dopo un estenuante litigio, il marito chiamò l'ambulanza e venne ricoverata in manicomio (« la donna era soggetta all'uomo e l'uomo poteva prendere delle decisioni per ciò che riguardava il suo avvenire»); e arriva fino alla sua liberazione, avvenuta nel 1978 grazie alla Legge Basaglia, che impose la chiusura dei manicomi. La drammaturgia ripercorre i dieci anni di internamento; comprese tutte le coercizioni che la condanna prevedeva. Si lascia una Alda Merini che è moglie e madre e se ne scopre il ricovero coatto con la sua quotidianità. Sul palco ci sono due brande: non sono letti da contenzione, ma possono diventare celle o le grate del manicomio stesso. In questo spettacolo non ci sono camicie di forza, né fascette; è come se tutto fosse stato alleggerito, pur mantenendo la propria funzione narrativa. Un secchio, situato oltre il palco, contiene sapone, ma nella scena della pulizia corporea quotidiana, l'attrice non mostra le torture che subivano, pratica che la Merini considerava: «la triste toeletta del mattino», in cui «ci si sentiva di essere lavati come panni». Alle parole resta in compito di evocarle, mentre dalla spugna che tiene in mano escono solo bolle di sapone. Il lungo monologo «Quelle come me» fa da fil rouge alla narrazione, che si concede "finestre" in cui le poesie della Merini toccano argomenti che vanno dall'internamento, al sogno, all'amore, al femminile. Ci sono spazi lasciati agli aforismi («D'altronde ero poeta, madre e sposa felice»), ma la storia, questa poetica e toccante narrazione, é attraversata da quasi 15 poesie (quasi tutte tratte da "Terra Santa") e ha visto un lungo lavoro di studio dietro: «Io ho letto moltissimo delle cose che lei ha scritto - spiega Marzia Ercolani -. Il riferimento di base è "Diario di una diversa", che lei ha scritto quando il famoso Dottor G. e le diede una penna e un quaderno che , in realtà, i malati, non potevano avere. Io ho dovuto fare una ricostruzione temporale, perché nel diario lei aveva scritto in maniera in po' confusa ed era complicato da usare così come era». Sul palco, l'attrice è stata aiutata non solo dalle musiche di Scarfone, ma anche da Lavinia Mancusi: presenza angelica che si intreccia con la narrazione. Alla sua splendida voce - coadiuvata da un tamburo - è affidata il suicidio di una giovane madre a cui è stato tolto il figlio in manicomio e, con "Il cielo in una stanza", chiude la parentesi poetica de "L'Albatros".
L'attrice gioca bene le sue qualità di grande interprete e, se volessimo staccarla per un momento dal testo, avrebbe comunque mantenuto inalterato il suo obiettivo. La follia, talmente ostracizzata da essere trattata con psico farmaci o cicli di elettroshock, è visibile nei segni che lascia nel corpo: mani e piedi (questi ultimi macchiati di nero), sono contratti come se fossero soggetti a continui spasmi; conseguenze di anni di abusi e sevizie. Una lunga veste bianca, copre un corpo che è curvo, le cui gambe a stento sembrano sostenerne l'esiguo peso. Il viso è pallido e i capelli raccolti in una coda. «L'obiettivo di questo progetto era raccontare quello che accadeva nei manicomi prima della legge Basaglia. Il lavoro è stato sostenuto da un premio Basaglia che si chiama Adriano Pallotta, ex infermiere del Santa Maria della Pietà. Ho scelto Alda Merini perché è una poetessa ed è un personaggio popolare, nel senso che ha una scrittura semplice, chiara da capire. Arriva a tutti ed era la poetessa di tutti». Solo dopo il 13 maggio 1978 la poetessa tornerà libera. L'attrice, allora, si spoglia della sua veste. Indossa un giubbotto di pelle. A uno specchio, si mette del rossetto rosso sulle labbra.
Indossa una collana di perle e poi scrive qualcosa sullo specchio: «Anche la follia merita i suoi applausi». Prontamente, sulle ultime note di Stefano Scarfone, nella calda sfumatura di rosso che non li ha mai abbandonati, gli applausi arrivano.

Pubblicato sul Corriere della Calabria