giovedì 19 maggio 2016

Il paradiso ipnotico di Nekrošius. Lo spettacolo del regista lituano conquista il Teatro Auditorium dell'Unical. Dante e i Pink Floyd raccontano la strada, «tutt'altro che dritta», verso la perfezione.

Dante e Beatrice in una scena de "Il Paradiso"



COSENZA Lo spettacolo è terminato da poco, che dal pubblico qualcuno esclama: «Lo vedrei altre due o tre volte». Perché? In cosa consiste la magia del "Paradiso" di Eimuntas Nekrošius, andato in scena al "Teatro auditorium unical" di Arcavacata con una prima regionale di martedì? Nella indubbia capacità di portare lo spettatore a entrare in un rapporto talmente intimo con le proprie emozioni da sentirsi rapito e sconvolto.
Lo spettacolo del regista lituano - che con "Il Paradiso" chiude il ciclo dedicato a Dante e alla sua Divina Commedia (dopo uno spettacolo unico sull'Inferno e il Purgatorio) –, è un lavoro dedicato all'amore che, destrutturando nella sua forma originale l'opera dantesca, ne rispetta l'ordine degli eventi affrontando le tappe più significative. L'ultima cantica è così rappresentata: sul palco tre gruppi di funi uniscono e costituiscono la semplice scenografia; la fossa orchestrale ospita un pianoforte, un baule e una sedia sul cui schienale è adagiata una maglia. Dodici corde, sospese sulla fossa, creano un collegamento tra la platea e il palco. Strumenti musicali e una sedia "vivono" sul fondo della scena. Le voci angeliche di due donne rompono il silenzio all'apertura del sipario. Si accarezzano in maniera quasi compulsiva – e in un secondo momento vicendevolmente –, i capelli. È ipnotica la loro coreografia; poetico il loro canto. Nell'aspetto, seppur ornate con abiti d'uso comune, ricordano il Divino. Ed è a questo che Eimuntas Nekrošius ci invita: la rappresentazione del viaggio che conduce al Paradiso. Non c'è uno spazio riconoscibile: tutto sembra molto visionario e rarefatto. Lavoro difficile da comprendere in un'unica e chiara chiave di lettura, lo stesso regista afferma: «Il Paradiso è la vera fatica, il compito più arduo. È un riflesso della perfezione, e la strada per la perfezione è tutt'altro che dritta». In questo viaggo terreste verso il Paradiso, il gruppo di otto attori percorre il viaggio d'amore di Dante (Rolandas Kazlas) e Beatrice (Ieva Triskauskaité). Un uomo, il più anziano del gruppo, entra in scena sorreggendo sulle proprie spalle un enorme tavolo. Aiutato dal gruppo, lo posiziona nella fossa orchestrale e prende posto. Se gli altri attori rievocano degli angeli, a lui sembra essere affidato il ricordo di Virgilio: colui che guida (e controlla) le azioni altrui.
Per affrontare il viaggio ultraterreno, le figure angeliche non possono che spogliarsi degli oggetti a loro più cari: monete, collane, soldi, perfino fumo di sigarette, acqua in un calice e un pendolo, a cui è stato smontanto l'ingranaggio, perché in questo luogo puro non possa esserci un tempo, ma tutto resti "sospeso"; tutti questi oggetti sono avvolti nella carta e custoditi nel grande baule. Sono 29 i minuti che separano l'inizio dello spettacolo dalla prima parola pronunciata in scena (in lituano con i sovratitoli in italiano). È Dante. Al suo ingresso in scena, il registro cambia: le luci si abbassano e cambiano colore; uno degli attori prende posto al pianoforte sistemato all'interno della fossa orchestrale, sulla sinistra del palco. Lì il poeta, inizia il suo viaggio sotto il rumore dell'acqua. Simbolicamente si spoglia. Tanto, molto è affidato all'immaginazione in questo lavoro. Si sposta nello scarno spazio scenico, studiandolo. Ma il suono di un campanello e un blocco di legno con la scritta "Museo", impone a Dante il limiti del contatto con gli oggetti.
Otto figure plastiche si incrociano nel suo viaggio (Audronis Rūkas, Marija Petravičiūtė, Milda Noreikaitė, Julija Šatkauskaitė, Pijus Ganusauskas, Šarūnas Zenkevičius, Simonas Dovidauskas, Vygandas Vadeiša). Un uomo, con libro in mano, recita passi di alcuni canti (26, 21, 9, 7, 24, 28). La corsa del poeta è seguita dalle voci dei suoi compagni di viaggio che riescono a bloccarlo dopo vari tentativi. È il momento di Beatrice di parlare che, sulle note di "Wish you were here" suonate dal vivo con la chitarra elettrica, sbatte i pugni ai piedi delle corde su cui, poco prima, le altre donne avevano collocato alcune collane colorate. Nel viaggio verso il Paradiso di Nekrošius, l'amore tra i due interpreti è palpabile, diretto, commovente; vive nella spada che Dante sostiene e Beatrice accoglie nel proprio fodero. Il gruppo di attori si inginocchia davanti al "Virgilio" che li disseta. È un canto gorgogliante quello che esce dalle proprie gole.
Nell'epilogo della cantica, Beatrice si rivolge a Dante: «Ché non pur ne' miei occhi è paradiso»; guarda oltre il pubblico e la scena: «Il paradiso c'è». Scende nella fossa orchestrale, nascosta tra le funi che sorreggono le collane colorate. Dante è spinto dalle figure angeliche a seguirla. Dopo il buio in sala, il lungo applauso del pubblico saluta la compagnia "Meno Fortas", e la poesia del loro Paradiso porta lo spettatore a desidera di rivederlo ancora.

Pubblicato sul Corriere della Calabria

lunedì 18 aprile 2016

A Villa San Giovanni un week end di «arte totale». Successo per il doppio appuntamento del Teatro Primo con Marzia Ercolani, che ha portato in scena "I colori maturano la notte - Confessioni di una diversa Alda Merini", e il duo Mancusi-Scarfone


Stefano Scarfone e Lavinia Mancusi
VILLA SAN GIOVANNI Si è concluso il doppio appuntamento di questo week end del Teatro Primo di Villa San Giovanni. Tre protagonisti per due giornate dedicate al teatro e alla musica dal vivo. Sabato sera, una talentuosa Marzia Ercolani ha portato in scena "I colori maturano la notte - Confessioni di una diversa Alda Merini", rappresentazione sui dieci anni di vita della Merini in manicomio. Con lei Stefano Scarfone e Lavinia Mancusi. Per l'appuntamento di ieri sera i ruoli si sono invertiti. "Paloma", infatti, è il nuovo progetto musicale di Mancusi e Scarfone, che proprio sulle tavole del teatro villese hanno dato un assaggio di ciò che diventerà un album, che verrà presentato a ottobre 2016 e prevede un tour nei teatri più suggestivi della penisola. I dieci brani interpretati, di cui tre inediti (Stromboli, Guambalajara, Settembre), hanno regalato al pubblico più di un'ora di calde musicalità, grazie al talento di due artisti straordinari. Compositore, arrangiatore e chitarrista jazz world lui; cantante, polistrumentista, interprete della scena musicale folk contemporanea lei, i due artisti hanno unito background musicali diversi per rinnovare le proprie melodie e i propri stili. Quattro intermezzi recitati, hanno permesso all'attrice e poetessa Marzia Ercolani di interpretare altrettanti brani di cui due suoi inediti ("Colomba" e una lettura dal libro "Ore illegali", scritti da lei, mentre le altre due poesie erano "Albatro" di Alda Merini e "Non ho peccato abbastanza" della poetessa araba Younane Haddal). Musica folk che rispolvera brani conosciuti a molti: So stata a lavorà, Sodade, Volver, Malagueña Salerosa, Paloma Negra, Ordeño, Vitti na crozza e Redemption song, sono stati cantati o, semplicemente, suonati da questi due interpreti che si sono alternati anche agli strumenti. La lingua spagnola, con i suoi graffianti acuti e vibrati, ha vinto sulle altre lasciando ampio spazio all'uso di strumenti come: gli shaker classici, i tre tamburi a cornice e le due chitarre, suonate come fossero percussioni. Il tutto sostenuto da una loop station che ha reiterato e amplificato suoni e tracce. La scelta dei brani segue il colore della voce di Lavinia; una voce straordinaria in un corpo esile, che ha accompagnato la musica a tempo di mani e piedi con una "statica danza".
"Paloma" è un progetto nato prima con la musica a cui dopo si è cercato di attribuire delle parole e la necessità di dire qualcosa che spiegasse il manicheismo nel mondo. «Paloma vuol dire colomba - spiega Lavinia Mancusi -. Quando si suona ci si rende conto che le parole che si cerca di usare sono spesso troppo semplici. Noi volevamo presentare un modo di intendere l'amore, la vita, di essere, di sentirsi ambigui, ma non in un senso negativo. Siamo tutti due cose; siamo tutti la voglia di restare e di trovare qualcosa o qualcuno che ci tenga con i piedi piantati come radici nel terreno e con la stessa forza abbiamo la necessità di volare. Questa ricerca continua dell'equilibrio è un percorso, un moto dell'anima, fa parte dell'essere umano; è il volo della colomba e la colomba è un animale tenero e con un grande messaggio dentro, ma deve volare e forse abbiamo bisogno solo di pace, di trovare un po' di redenzione». Lo spettacolo di ieri sera era un'anteprima di un lavoro che già da maggio vedrà la luce. «Questo disco non sarà una sequenza di brani, ma sarà un concept album di un viaggio – continua la cantante –; ogni tanto "canta" la mia colomba, ogni tanto "canta" la colomba di Stefano, e poi canteremo insieme. Il tour d'apertura sarà nei piccoli teatri all'italiana di tutta Italia, perché pensiamo che sia una spettacolo d'ascolto e lavoriamo sulle suggestioni, nel senso che chi guarda deve avere un po' l'impressione di "arte totale", che sia uno spettacolo da guardare e di cui cogliere la bellezza della nostra lingua».

Pubblicato sul Corriere della Calabria

domenica 17 aprile 2016

I colori maturano la notte di Villa. Al teatro "Primo" è andata in scena lo spettacolo di Alda Merini. Assieme a lei il compositore e chitarrista Stefano Scarfone.

Marzia Ercolani


VILLA SAN GIOVANNI Il primo a entrare in scena è il musicista, Stefano Scarfone. Siede scalzo davanti a una loop station e a un leggio. Accorda la sua chitarra. Dalla prima quinta, spunta qualche bolla di sapone. Dalla cassa una voce «Mi sveglio sempre in forma e mi deformo attraverso gli altri»; poi inizia la melodia. Un lercio cuscino vola sul proscenio e sul palco del Teatro Primo di Villa San Giovanni, entra Marzia Ercolani. Lo spettacolo "I colori maturano la notte - Confessioni di una diversa Alda Merini" da lei scritto, diretto e interpretato, propone al pubblico la storia di Alda Merini. In scena con lei Stefano Scarfone, compositore e chitarrista e, per la replica di ieri sera, Lavinia Mancusi, cantante e polistrumentista.
La storia della poetessa di Milano, parte proprio da quel lontano 1965 quando, dopo un estenuante litigio, il marito chiamò l'ambulanza e venne ricoverata in manicomio (« la donna era soggetta all'uomo e l'uomo poteva prendere delle decisioni per ciò che riguardava il suo avvenire»); e arriva fino alla sua liberazione, avvenuta nel 1978 grazie alla Legge Basaglia, che impose la chiusura dei manicomi. La drammaturgia ripercorre i dieci anni di internamento; comprese tutte le coercizioni che la condanna prevedeva. Si lascia una Alda Merini che è moglie e madre e se ne scopre il ricovero coatto con la sua quotidianità. Sul palco ci sono due brande: non sono letti da contenzione, ma possono diventare celle o le grate del manicomio stesso. In questo spettacolo non ci sono camicie di forza, né fascette; è come se tutto fosse stato alleggerito, pur mantenendo la propria funzione narrativa. Un secchio, situato oltre il palco, contiene sapone, ma nella scena della pulizia corporea quotidiana, l'attrice non mostra le torture che subivano, pratica che la Merini considerava: «la triste toeletta del mattino», in cui «ci si sentiva di essere lavati come panni». Alle parole resta in compito di evocarle, mentre dalla spugna che tiene in mano escono solo bolle di sapone. Il lungo monologo «Quelle come me» fa da fil rouge alla narrazione, che si concede "finestre" in cui le poesie della Merini toccano argomenti che vanno dall'internamento, al sogno, all'amore, al femminile. Ci sono spazi lasciati agli aforismi («D'altronde ero poeta, madre e sposa felice»), ma la storia, questa poetica e toccante narrazione, é attraversata da quasi 15 poesie (quasi tutte tratte da "Terra Santa") e ha visto un lungo lavoro di studio dietro: «Io ho letto moltissimo delle cose che lei ha scritto - spiega Marzia Ercolani -. Il riferimento di base è "Diario di una diversa", che lei ha scritto quando il famoso Dottor G. e le diede una penna e un quaderno che , in realtà, i malati, non potevano avere. Io ho dovuto fare una ricostruzione temporale, perché nel diario lei aveva scritto in maniera in po' confusa ed era complicato da usare così come era». Sul palco, l'attrice è stata aiutata non solo dalle musiche di Scarfone, ma anche da Lavinia Mancusi: presenza angelica che si intreccia con la narrazione. Alla sua splendida voce - coadiuvata da un tamburo - è affidata il suicidio di una giovane madre a cui è stato tolto il figlio in manicomio e, con "Il cielo in una stanza", chiude la parentesi poetica de "L'Albatros".
L'attrice gioca bene le sue qualità di grande interprete e, se volessimo staccarla per un momento dal testo, avrebbe comunque mantenuto inalterato il suo obiettivo. La follia, talmente ostracizzata da essere trattata con psico farmaci o cicli di elettroshock, è visibile nei segni che lascia nel corpo: mani e piedi (questi ultimi macchiati di nero), sono contratti come se fossero soggetti a continui spasmi; conseguenze di anni di abusi e sevizie. Una lunga veste bianca, copre un corpo che è curvo, le cui gambe a stento sembrano sostenerne l'esiguo peso. Il viso è pallido e i capelli raccolti in una coda. «L'obiettivo di questo progetto era raccontare quello che accadeva nei manicomi prima della legge Basaglia. Il lavoro è stato sostenuto da un premio Basaglia che si chiama Adriano Pallotta, ex infermiere del Santa Maria della Pietà. Ho scelto Alda Merini perché è una poetessa ed è un personaggio popolare, nel senso che ha una scrittura semplice, chiara da capire. Arriva a tutti ed era la poetessa di tutti». Solo dopo il 13 maggio 1978 la poetessa tornerà libera. L'attrice, allora, si spoglia della sua veste. Indossa un giubbotto di pelle. A uno specchio, si mette del rossetto rosso sulle labbra.
Indossa una collana di perle e poi scrive qualcosa sullo specchio: «Anche la follia merita i suoi applausi». Prontamente, sulle ultime note di Stefano Scarfone, nella calda sfumatura di rosso che non li ha mai abbandonati, gli applausi arrivano.

Pubblicato sul Corriere della Calabria